Intervista su Printshow.it, di Chiara Giorgetti

Abbiamo rivolto alcune domande a Valeria Brancaforte artista italiana che risiede in Spagna e che dedica buona parte della sua ricerca e del suo lavoro alla stampa d’arte e alla grafica.
Parlaci degli inizi, di come è nata la volontà di dedicarti all'arte
La volontà di dedicarmi all'arte è sempre stata presente in me. Nel tempo sono cambiate l'intensità e la costanza con cui mi sono dedicata all'incisione

Quanto la preparazione accademica influenza il percorso artistico individuale?
In realtà la mia preparazione accademica è particolare, perché io sono una slavista di formazione. Non a caso, però, ho scelto una cultura che vanta una tradizione xilografica popolare di grande ispirazione, pertanto ho sempre seguito il mio istinto, anche se a volte ho avuto difficoltà nel decifrare i messaggi che mi giungevano dal profondo. In genere ho risposto alle sollecitazioni attraverso la forma del “libro d'artista”, definizione che non mi piace, diciamo della “tiratura limitata”, del libro stampato in piccola edizione.
La mancanza di preparazione accademica in senso strettamente artistico ha sposato in realtà un punto di vista quasi rousseauiano: il mito del buon selvaggio, a proteggere certo “primitivismo” e mantenere inalterato il sentire, senza interferire nella fase iniziale del processo creativo.

Quali sono i referenti principali – artistici e non- del tuo lavoro?
Mi sono formata visualmente con l'espressionismo tedesco, avanguardie e grafica di ogni tipo e mi circonda a Barcellona un'atmosfera gotico-romanica, ma ci sono anche stati libri illustrati che hanno marchiato a fuoco, da bambina, innanzitutto il mio modo di sentire. Parlo di Sergio Tofano, Gianni Rodari, Attilio e Karen: qualcosa arrivava, violentemente, dritto al cuore. Non ho mai cercato molte cose, ne bastano poche, e ho avuto la fortuna che fossero buone. Mi piace molto un frammento di Archiloco, la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande.L'ultimo libro, “Decidme cómo es un árbol”, e' nato da un momento di grande tenerezza e al tempo stesso di forza. Cercavo un testo su cui realizzare il mio primo libro in spagnolo, e ho avuto la fortuna di incontrare Marcos Ana: ascoltarlo narrare le proprie vicende quasi col sorriso e constatare, incredula, la sua integrità mi ha dato una grande energia, e' stato un momento emotivo di profondo stupore, che ha fatto si che nascesse il progetto.

Quali gli artisti che hai amato o semplicemente segui con attenzione?
Tantissimi e pochissimi, qui ho amato moltissimo Joan Hernández Pijuan. Mi piace tutto quello che e' sincero, che trasmette un'anima nuda, autentica.

Come descriveresti il tuo lavoro?
Autentico, sincero, curato, forte, personale, ingenuo, di impeto. Logotipico. Tendo infatti alla sintetizzazione, voglio arrivare all'osso anche visualmente, eliminare gli orpelli. O meglio, se persistono, che abbiano forza, carattere.

Spesso si dice che gli artisti italiani sono svantaggiati rispetto ai propri colleghi stranieri perché in Italia non esiste un sistema dell'arte riconosciuto e forte, capace di garantire una visibilità internazionale allo stesso livello, per esempio, degli americani o degli inglesi, concordi con queste considerazioni?
Ho l'idea che la società anglosassone abbia più mezzi, infrastrutture, sovvenzioni pubbliche e private per sostenere gli artisti, circostanza che promuove le opportunità e facilita l'aggregazione. Sarebbe bello se in Italia ci fosse la volontà di stanziare fondi per la cultura e la crescita degli artisti.

Il libro d'artista sembra essere una forma a te molto congeniale, quali sono state le tue prime esperienze?
Esattamente vent'anni fa realizzavo il mio primo libro, Myshi (Topi, di cui curai anche la versione italiana dall'originale russo di L. Tolstoj), a un corso serale di xilografia con Lucio Passerini a Milano. L'estate scorsa tirando le ultime copie del Marcos Ana ho cominciato a stamparne una seconda edizione fedele all'originale ma che recasse la traduzione per metà delle copie in inglese e per metà in spagnolo. E' stata una bella esperienza, durante la quale e' emerso quanto e' importante che il lavoro resista all'usura del tempo (sebbene io abbia dovuto, fuor di metafora, ricorrere alla litografia su pietra per sostituire alcune matrici imbarcatesi in modo ormai irreversibile!). In quest'arco di tempo ho lavorato a lungo su ottonari e limericks illustrati, poi numerose matrici sciolte quasi sempre accompagnate da testi, libri per bambini con incursioni in tecniche diverse, arti applicate e, sempre, progetti maggiori di libri a tiratura limitata.

Progetti futuri?
Ho un'idea interessante da qualche anno, che non e' chiaro in che lingua si svilupperà, costellata da intuizioni minori che orbitano a intermittenza, come satelliti. Non saprei dirti, domani, quali stelle brilleranno.